Giuseppe La Loggia
Scrisse Indro Montanelli che dopo di Lui “all’Assemblea regionale siciliana c’era il vuoto, e poi il vuoto e quindi gli altri 87 deputati”.
Giuseppe La Loggia, figlio di Enrico, uno dei fautori dello Statuto siciliano e sottosegretario alle Finanze nel 1921 e padre di Enrico, capogruppo di Forza Italia al Senato per sette anni, Ministro degli Affari Regionali per cinque e attualmente presidente della Commissione Parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, nacque ad Agrigento l’1 maggio del 1911.
Avvocato e docente universitario, ebbe modo di maturare una considerevole qualificazione professionale svolgendo la sua attività sia nello studio del padre Enrico che presso l’Università di Palermo come docente di diritto del lavoro.
Fu proprio durante questo periodo che sviluppò una sua personale visione della politica, basata sulla competenza e sull’esperienza, dove la grande attenzione ai bisogni della gente si coniugava con il tema della solidarietà e della giustizia sociale.
Ciò lo condusse verso la nuova formazione politica democristiana, una sponda non certo coincidente con quella del padre, nella quale La Loggia individuò il soggetto politico necessario per ricostruire, nel delicato periodo del dopoguerra, una realtà nazionale profondamente lacerata nel suo tessuto politico, economico e sociale. Avviò, dunque, con Luigi Sturzo una cordiale frequentazione e di questo comprese, e seppe interpretare meglio di molti altri, il pensiero politico e la modernità del linguaggio.
La prima traccia della sua lunga attività politica risale al 24 ottobre 1943, un mese e mezzo dopo la firma dell’Armistizio da parte di Badoglio, quando Giuseppe La Loggia firmò la dichiarazione antiseparatista del Fronte Unico Siciliano, redatta dal padre Enrico, dove si riaffermava la volontà della Sicilia di mantenere intatta l’unità d’Italia.
L’affermazione dell’autonomia, della quale egli è convinto assertore, la redazione dello Statuto e la formazione del primo Governo regionale nel 1947, nel quale ricoprì la carica di assessore all’Agricoltura e foreste, segnarono il suo ingresso ufficiale in politica. Fu eletto, in quota alla Democrazia Cristiana, nel collegio di Agrigento con 60.524 preferenze. La prima legislatura lo vide sempre all’interno della compagine di Governo. Mantenne, infatti, la carica di Assessore all’agricoltura anche nel secondo Governo Restivo e fu promosso Assessore alle Finanze (carica che manterrà anche per tutta la durata della II^ Legislatura) e designato a sostituire il Presidente della Regione in caso di assenza o di impedimento nel terzo, quasi a testimoniare la concretezza della sua attività politica.
Politica, quella ‘laloggiana’, che in questi anni mostrò uno stile diverso, decisamente anomalo rispetto a quella praticata dai colleghi.
L’idea-guida era, infatti, quella che ogni progetto di sviluppo dovesse avere dei forti e stabili ancoraggi, creando così solamente certezze ed eliminando le false illusioni.
Fu così che la terza legislatura vide concretizzarsi lo sviluppo naturale di questo percorso. Nel 1955 venne nominato Presidente dell’Ars, carica che mantenne fino all’anno successivo, quando gli venne dato l’incarico di dare vita al VI^ Governo regionale.
La sua presidenza segnò un passaggio decisivo nella storia dell’Autonomia. La Loggia cercò di creare le basi e le condizioni per fare compiere alla Sicilia quel salto di qualità che avrebbe potuto colmare il ritardo storico che la divideva dalle regioni più sviluppate del paese.
Una rapida industrializzazione, una politica tesa ad attirare i capitali necessari per avviare il meccanismo di sviluppo e l’incoraggiamento a spingere il tessuto economico siciliano a misurarsi con le nuove sfide del tempo furono i punti cardini del suo progetto.
Progetto che La Loggia cercò di realizzare dapprima con l’approvazione della legge regionale n.51 del 1957 (“Provvedimenti straordinari per lo sviluppo industriale”) e, in seguito, con la creazione della So.Fi.S., la Società per il Finanziamento dello Sviluppo in Sicilia, che sarebbe dovuta essere una sorta di I.R.I. in scala regionale, di cui egli fu l’ispiratore.
Sfortunatamente per la Sicilia, però, la sua verve riformatrice non venne compresa. Nemmeno la sua determinazione e la sua forza di volontà furono sufficienti per fermare l’esercito dei tradizionalisti, schieratisi in massa contro l’innovazione e il cambiamento.
Politici e industriali del tempo, dunque, mimetizzarono il tutto con ‘l’operazione Milazzo’ e nell’ottobre del 1958, Giuseppe La Loggia, attaccato con veemenza anche da molti suoi compagni di partito, dovette gettare la spugna dimettendosi ma non rinunciando di certo a continuare la propria azione politica.
La IV^ e la V^ Legislatura lo videro impegnato come Assessore al turismo e ai trasporti, carica che mantenne fino al 1964.
Incarico che La Loggia, al contrario di quanto si possa pensare, non considerò affatto come una semplice ‘poltrona’. Fu in questo periodo ch’egli presentò un disegno di legge sullo sviluppo del turismo in Sicilia e grazie al quale è possibile considerarlo come il precursore delle politiche sul turismo che presero vita negli anni a seguire.
Egli, infatti, aveva intuito il valore che il turismo avrebbe potuto avere per l’economia siciliana. Il miglioramento della viabilità, l’incremento delle comunicazioni aere e marittime, la valorizzazione turistica del patrimonio artistico, archeologico, monumentale erano solo alcuni punti del progetto che La Loggia avrebbe voluto attuare per incrementare gli arrivi turistici sull’Isola.
Se solo metà delle sue idee fossero state realizzate, la Sicilia, oggi, si attesterebbe allo stesso livello delle regioni più sviluppate del nostro paese.
Negli anni successivi, dove raggiunse importanti risultati anche a livello di partito venendo nominato Consigliere Nazionale della D.C., smise i panni di Deputato regionale e approdò a Montecitorio, non prima però di esser eletto sindaco di Cattolica Eraclea (1962-65) e di aver presieduto, dal maggio 1967 all’aprile 1968, l’ente Siciliano di Promozione Industriale (ESPI).
La sua lunga attività parlamentare, durante la quale rivestì diversi incarichi di rilievo, fu molto intensa e La Loggia non mancò di aver sempre un occhio di riguardo ai problemi del Mezzogiorno e della Sicilia.
58.610 voti di preferenza furono il suo biglietto da visita e fecero in qualche modo presagire, come poi fu nella realtà delle cose, le sue successive riconferme nell’aula di Montecitorio. Alla Camera, durante la V^ Legislatura, esordì facendo parte della Commissione Bilancio, dell’Assemblea dell’U.E.O. e del Consiglio d’Europa, dove ricoprì la carica di Capo Gruppo dei Parlamentari D.C. (in questa veste fu riconfermato anche nella VI^ Legislatura).
La Legislatura successiva fu sicuramente una delle più proficue durante l’attività politica romana di La Loggia. Autorevole e stimato Presidente della Commissione Finanze e Tesoro (1972-1976), fu anche Presidente della Commissione interparlamentare per i pareri al Governo sulle norme delegate relative alla Riforma Tributaria, Presidente della Commissione Speciale Fitti e anche Vice Presidente vicario del Gruppo parlamentare della D.C.
Erano questi anni durante i quali il sistema sembra impazzito, i conti pubblici versavano in condizioni inidonee per un paese come il nostro e Giuseppe La Loggia si distinse senza dubbio come uno di coloro che più si batterono per rimettere in carreggiata un sistema economico sempre più sbandante.
Riconfermato per la terza volta con 61.102 voti di preferenza, sempre nella Circoscrizione di Palermo, ricoprì il ruolo di Presidente della Commissione Bilancio e Programmazione, carica che lo vedrà riconfermato anche nella VIII^ Legislatura. In questi sette anni (1976-1983) il suo intenso lavoro e la sua dedizione alla materia culminarono con la creazione della prima legge finanziaria dello Stato(1979), della quale La Loggia può essere considerato il padre e che, purtroppo, fu stravolta rispetto ai contenuti ch’egli stesso aveva indicato. Non va dimenticato, poi, anche l’impegno che profuse su altri temi delicati come il divorzio, l’ordinamento universitario, la riforma tributaria e la questione radio-televisiva.
Nel 1983, dopo cinque legislature da deputato regionale e quattro da deputato nazionale, si concluse l’intensa attività Parlamentare di Giuseppe La Loggia, al quale solo il deprecato manuale Cencelli impedì di avere il posto che gli sarebbe spettato nel Governo. Negli anni a seguire fu dapprima Consigliere di Stato e, poi, Presidente dell’Istituto poligrafico dello Stato. Continuò, da vecchio notabile carico di esperienza e di cultura, ad offrire il suo contributo alla propria terra natia sino al 2 marzo 1994, giorno in cui si spense a Roma.